Galleria Il Germoglio

Nino Tirinnanzi: Tra Rosai e Pasolini. Dall’incanto della natura al languore dell’anima

8 dicembre 2005 - 6 gennaio 2006

Nino Tirinnanzi è nato a Greve in Chianti nel 1923. Dopo la guida di Domenico Giuliotti, all’Istituto d’Arte di Firenze incontrò Ottone Rosai, divenendone allievo. Frequentò le Giubbe Rosse e fu amico dei maggiori esponenti della cultura.
Importante la sua attività espositiva iniziata a quattordici anni. Ha esposto per la prima volta nel 1947 alla galleria d’arte Il Fiore. Nel 1951 viene invitato alla Biennale di Venezia e in seguito alla Quadriennale di Roma. Nel 1953 gli viene assegnato il premio Olivetti al 5° Premio Nazionale “Golfo della Spezia”. Nel 1954 si tiene una sua personale a Milano introdotta da un saggio di Pier Carlo Santini. Nel 2006 si tiene una sua personale nella sala d’armi di Palazzo Vecchio in occasione dei 40 anni di carriera. Le sue opere si trovano esposte in numerose raccolte d’arte pubbliche e private in Italia e all’estero.
“La sua pittura, che tiene conto dell’insegnamento di Rosai, induce a riflettere sulla condizione umana. La pacatezza delle composizioni, la delicatezza del disegno, quasi graffiato, la sensibilità del colore inondato di una luce poetica, descrivono la realtà seguendo i moti dell’anima”.

Gabriella Gentilini


La mostra colpisce per la completezza e la varietà delle opere in esposizione che comprendono oli, acquarelli e disegni, e ripercorrono le varie tappe tematiche della pittura di Tirinnanzi: oltre alle splendide nature morte si possono ammirare gli esclusivi ragazzi per strada ed i ritratti.
Rimane un caso, di fatto irrisolto, la realtà di questo artista portato per la prima volta a Pontedera dalla Galleria “Il Germoglio”, forse non sottovalutato nel corso degli anni ma neanche valorizzato come merita, esclusivo e geniale al punto da diventare anomalo in qualunque ambito storico lo si collochi.
Nei paesaggi toscani – presenti in gran numero nell’esposizione - come nei gruppi di ragazzi a discorrere per strada, si potrebbe parlare, spingendosi in profondità, di una metafisica del paesaggio, una dimensione che oltrepassa l’evidenza di una natura che riesce appena a conservare la sua caratteristica geografica mentre si erige a paesaggio dell’anima e terreno fecondo di pittura. E’ un universo a sé stante, decantato dal superfluo e depurato da ogni scoria, quello che l’artista ha sigillato per la beatitudine dei suoi ragazzi, rappreso in un recinto inviolabile dove tutto è memoria o magnifica invenzione. L’apparenza idilliaca delle opere non deve trarre in inganno: la sua natura, infatti, è profondamente passionale, agitata da sentimenti contrastanti e soggetta a fasi di acuta depressione. Vi è, per questo, intrinseca all’esercizio creativo, una sottile malinconia, che insiste talvolta sino alla soglia della commozione, bene dissimulata, comunque, nelle pieghe di un’urgenza inappagabile di bellezza e verità.
Occorre far cenno alle nature morte , ai cestini di frutta appena accarezzati da un morbido panno – che egli compone, quasi esclusivamente durante il suo soggiorno estivo a Forte dei Marmi – la cui struggente bellezza, organicamente raccolta fra virtuosi accenti di luce, sublimi impasti di colore e una sobria eleganza formale, riesce ogni volta a proporre seducenti affinità con le straordinarie composizioni di frutta di Chardin.

Giovanni Faccenda


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